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domingo 8 de noviembre de 2009
jueves 5 de noviembre de 2009
Cristo di nuovo fermato

Il crocifisso, i giudicie Natalia Ginzburg
di Giuseppe Fiorentino e Francesco M. Valiante
Tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani, la sentenza emessa ieri dalla Corte di Strasburgo - che proibisce l'esposizione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane perché sarebbe contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e al diritto dei bambini alla libertà di religione - ha colpito quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del Continente europeo. "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l'idea dell'eguaglianza tra gli uomini fino allora assente". A scrivere queste parole, il 22 marzo 1988, era Natalia Ginzburg sulle pagine de "l'Unità", il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, allora organo del Partito comunista italiano. Le parole della scrittrice, a oltre vent'anni di distanza, esprimono un sentimento ancora ampiamente condiviso in Italia. Ne sono dimostrazione le tante reazioni seguite al pronunciamento della Corte europea. Mentre il Governo italiano ha annunciato di aver presentato ricorso contro la sentenza, il mondo politico ha evidenziato quasi unanimemente la mancanza di buon senso insita nel provvedimento, ribadendo come la laicità delle istituzioni sia un valore ben diverso dalla negazione del ruolo del cristianesimo. "Stupore e rammarico" sono stati espressi in particolare dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, in una severa dichiarazione trasmessa dalla Radio Vaticana e dal Tg1. "È grave - ha affermato - voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana". E ha continuato: "Stupisce poi che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano. Non è per questa via che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini". Di "visione parziale e ideologica" ha parlato la Conferenza episcopale italiana, sottolineando che nella decisione della Corte "risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale". Va ricordato che in Italia il Consiglio di Stato nel 2006 aveva già ritenuto legittime le norme che prevedono l'esposizione del crocifisso nelle scuole, affermando che questo non assume valore discriminatorio per i non credenti perché rappresenta "valori civilmente rilevanti e, segnatamente, quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale". In effetti la sentenza della Corte di Strasburgo, con l'intento di voler tutelare i diritti dell'uomo, finisce per mettere in discussione le radici sulle quali quegli stessi diritti si fondano, disconoscendo l'importanza del ruolo della religione - e in particolare del cristianesimo - nella costruzione dell'identità europea e nell'affermazione della centralità dell'uomo nella società. Sotto altro profilo, la decisione dei giudici di Strasburgo sembra ispirata a un'idea di laicità dello Stato che porta a emarginare il contributo della religione alla vita pubblica. Si potrebbe così prefigurare un futuro non tanto lontano fatto di ambienti pubblici privi di qualunque riferimento religioso e culturale nel timore di offendere l'altrui sensibilità. In realtà, non è nella negazione, bensì nell'accoglienza e nel rispetto delle diverse identità che si difende l'idea di laicità dello Stato e si favorisce l'integrazione tra le varie culture. "Il crocifisso rappresenta tutti" - spiegava Natalia Ginzburg - perché "prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi". (osservatore Romano)
Il rifiuto di affrontare le radici della cultura occidentale
di Lucetta Scaraffia
Lévi-Strauss è stato uno dei grandi intellettuali del Novecento, uno di quelli che hanno fondato la cultura in cui viviamo. La sua opera più celebre, ma meno scientifica, Tristi tropici, fin dalla sua comparsa fa parte del canone delle opere indispensabili nel curriculum di una persona colta. Si tratta infatti di un'opera che ha cambiato il modo di pensare e di sentire il rapporto con le culture diverse dalla nostra, quelle che abbiamo chiamato - prima di Lévi-Strauss - primitive, e che lui preferisce chiamare selvagge nel senso di non toccate dalla civiltà occidentale. Grazie a questo libro, infatti, il mondo occidentale non è più la norma assoluta, ma solo una maniera fra le altre di percepire il mondo o di entrare in contatto con esso. Molto più che con il metodo di ricerca che ha inventato - lo strutturalismo - egli ha influenzato la cultura contemporanea con la sua figura, il suo modello, le infinite interviste che ha rilasciato e attraverso le quali ha imposto un nuovo ruolo per l'antropologo: grazie al suo "sguardo da lontano", l'antropologo diventa uno dei più significativi interpreti e critici della civiltà a cui appartiene. Lévi-Strauss ha fatto ancora di più: ha cambiato la definizione di essere umano, ha proposto una giustificazione scientifica per il relativismo, ha inventato l'ecologia. Con la sua vita avventurosa - gli anni passati in Brasile e nella ricerca sul campo si aggiungono a quelli dell'esilio newyorkese durante la guerra, decisivi per la creazione di legami intellettuali con il mondo statunitense e con gli altri intellettuali esuli, dal surrealista André Breton al linguista Roman Jakobson - ma anche con la pioggia di riconoscimenti arrivati da tutte le università del mondo, con la sua straordinaria capacità di concentrazione e di lavoro, la sua passione per l'arte contemporanea e per la musica - ha scritto presentazioni delle opere di Wagner, di cui ammirava il coraggio nell'affrontare temi mitologici - Claude Lévi-Strauss costituisce il modello più completo di intellettuale del Novecento. La sua modernità è evidente soprattutto nella ricerca di un metodo scientifico per le scienze umane, che permetta finalmente anche a queste di raggiungere risultati certi, risultati confermabili con strumenti logico-matematici: per lui il mondo è come un testo, tutto sta nell'imparare a leggerlo e a comprenderlo correttamente. L'etnologo non può accontentarsi di descrivere le società che studia, e di interpretarne gli elementi manifesti, ma deve cercare dei simboli - come i legami di parentela o i miti - e comprendere in virtù di quali regole inconsce essi si combinino. Il mito viene considerato dall'antropologo un oggetto autonomo, mosso da una logica propria. Per scoprire questa logica rimane legato alla linguistica, l'unica fra le scienze dell'uomo che può rivendicare lo statuto di scienza esatta, e che gli permette di elaborare il suo metodo, l'analisi strutturale. Questa aspirazione alla certezza scientifica lo ha portato, negli ultimi anni, a dire che la chiave del funzionamento dello spirito umano - quella che cercava di scoprire nell'analisi strutturale dei simboli culturali - oggi l'hanno i neurologi, perché è nel cervello dell'uomo. Questo flirt con le neuroscienze può sembrare contraddittorio in un uomo che ha sempre sostenuto che tutto era cultura, ma corrisponde senza dubbio al suo materialismo di base e alla sua fiducia nell'evidenza scientifica. E del resto non è in contraddizione con la sua concezione di essere umano, lontanissima dall'idea dell'uomo come immagine di Dio, e con il suo rifiuto di ogni umanesimo. Il mondo esisteva prima di noi, egli scrive, ed esisterà anche dopo di noi: "Arrogandosi il diritto di separare radicalmente l'umanità dall'animalità, accordando all'una tutto quello che si toglieva all'altra, (l'uomo occidentale) apre un ciclo maledetto". La sua posizione a favore della natura e dell'ambiente contro ogni intervento umano ne fa un ecologo ante litteram - "l'uomo sta distruggendo il suo ambiente e finirà per distruggere se stesso" scrive - anzi, l'inventore stesso del termine: nella conferenza che tiene nel 1976 negli Stati Uniti, al Barnard College ("Strutturalismo ed ecologia") il titolo segna la prima apparizione ufficiale della parola. Ripensando ai grandi miti prodotti dall'immaginazione umana, egli vi ritrova tracce della rottura culturale dell'uomo con il mondo naturale e del profondo disagio che tale rottura ha lasciato nella nostra anima. La sua è quindi modernità assoluta rafforzata da un irriducibile ateismo. Per Lévi-Strauss l'unica religione è la scienza, intesa soprattutto come spiegazione scientifica del reale, che sta fino alla fine al cuore del suo lavoro, mentre si rifiuta di estendere la sua ricerca al senso delle cose: "La questione del senso non è niente di più che un artefatto umano". Infatti, Lévi-Strauss si è sempre tenuto lontano dalle domande di senso per eccellenza, quelle sulla vita e la morte, e sul rapporto degli esseri umani con Dio. Nelle migliaia di interviste che ha concesso negli ultimi decenni, spesso gli è stato chiesto quale fosse il suo rapporto con Dio: egli ha sempre cercato di far comprendere al suo interlocutore che la fede religiosa o l'esistenza di Dio erano per lui questioni prive di senso, che non si è mai posto e che mai si sarebbe posto: "L'arte, la conoscenza, l'amore della natura tengono un posto considerevole nella mia vita", il mondo gli basta. La religione per lui è solo un punto di fuga dalla realtà del mondo, dalla possibilità di conoscerlo scientificamente. La sua ricerca di conoscenza si muove sempre dentro a un perimetro di rigore che vorrebbe riprendere dalle scienze esatte per acquistare maggiore certezza. Dopo gli anni Settanta del Novecento, tutti i ricercatori in scienze umane si sono confrontati con Lévi-Strauss, con il suo metodo. Lui invece non si è confrontato con nessuno: ha dato sempre le stesse risposte ai suoi critici, in sostanza sostenendo che le domande, in fondo modeste, che lui poneva al materiale di ricerca, erano le uniche legittime, cioè le uniche a garantire scientificità al processo di ricerca. Chi ne poneva delle altre cadeva in un terreno minato, non credibile, non scientifico, e andava emarginato dalla comunità scientifica. L'influenza di questo approccio sull'antropologia, si sa, è stata immensa, ma forse ancora di più è stata quella più obliquamente esercitata nelle altre discipline legate allo studio dell'uomo, per esempio la storia. Ovviamente, le critiche più forti sono avvenute proprio a proposito della modestia delle sue domande, della rinuncia alla ricerca di un senso profondo. Pierre Burdieu, nel suo Le sens pratique, sostiene come in questo modo gli sfugga "lo spessore della realtà". Se Sartre si limita a rimproverargli il poco posto lasciato al soggetto, più radicale è Emmanuel Lévinas, che pure avrebbe tanto in comune con lui - hanno la stessa età, provengono dallo stesso ambiente, e vivono per decenni a pochi isolati di distanza senza conoscersi mai - che denuncia il suo pensiero anonimo, Lévinas in sostanza sintetizza la sua critica con questa frase severa: "L'ateismo moderno non è la negazione di Dio, ma è l'indifferenza assoluta di Tristi tropici. Io penso che è il libro più ateo che sia stato scritto ai nostri giorni, il libro più disorientato e disorientante". Anche se il ventaglio dei suoi interessi è stato molto ampio, dalle americhe all'estremo oriente - per anni ha coltivato un forte interesse per la cultura giapponese - dalle scienze umane all'arte, Lévi-Strauss non si è mai interessato alla tradizione giudaico-cristiana, limitandosi a qualche giudizio velenoso sulla nefasta influenza dei missionari sulle culture primitive (cosa che non gli ha impedito, però, di utilizzare spesso materiale etnografico raccolto proprio dai missionari). Se fosse stato costretto a interessarsi a una religione, aveva detto, l'unica possibile sarebbe stata il buddismo. In questo rifiuto ad affrontare le radici della cultura occidentale, cioè della sua cultura, sta in sostanza la profonda differenza che lo divide all'altro grande antropologo francese, Renée Girard. Girard si domanda il senso profondo di ogni testo, di ogni tradizione, e soprattutto affronta il nodo centrale della differenza fra la tradizione giudaico-cristiana e le altre religioni, arrivando a comprendere, così, il ruolo risolutivo e innovativo della figura di Gesù. Un'aperta scelta cristiana che lo mette in netta contraddizione con l'atteggiamento relativista tenuto da Lévi-Strauss nei confronti delle religioni primitive. Lévi-Strauss non ha mai risposto alle pungenti critiche di Girard, probabilmente perché non considerava scientifici i suoi libri, ma solo letteratura. Per un curioso contrappasso della storia, dopo che negli ultimi anni è passato di moda il suo metodo di ricerca, lo strutturalismo, di Lévi-Strauss è rimasta soprattutto la sua straordinaria abilità di scrittore che è stata confermata, l'anno scorso, dalla pubblicazione di tutte le sue opere nella Pléiade. Forse un po' poco per un intellettuale che voleva far diventare scientifiche le scienze umane. (osservatore Romano)
martes 3 de noviembre de 2009
Desiderata (manuscrito encontrado en un Iglesia de Baltimora 1600)


Sobre Camilo Jose Cela
Sobre Magui Delfino
Me gusta la libertad de las expresiones de Magui Delfino, permanezco en silencio delante a sus cuadros que comunican códigos y vivencias que solamente un espectador atento y sensible puede interpretar. La combinación de colores,la magia de las formas que se deforman nos invitan a pensar concretando aquel intento originario del arte de ver el mundo con movimiento a pesar de la aparente quietud de la pintura. Se puede mirar un objeto desde diferentes ángulos utilizando figuras geométricas,triángulos,rombos y cuadrados rompiendo con la estética clásica creando una relación nueva entre el espectador y la obra de arte. Se sorprendió Magui cuando le escribí.Francia que vio en la ruptura de "las señoritas de Avignon" de Pablo Picasso un modo distinto de comunicar el arte y superar las viejas formas del renacimiento.París que contemplo las naturalezas muertas de Georges Braque y que reconoció el genio de Juan Gris en el ritmo armonioso de sus cuadros también se dejara encantar por el arte creativo de esta chica del oeste de Buenos Aires. Por ejemplo su pintura "nuevo camino" me habla. Hay un hombre y una mujer que descienden por un sendero, detrás un cielo rojizo con un paisaje blanco donde se delinean presencias que encierran hechos y cosas que se mueven.Lineas que cambian escondiendo la vida y la muerte junto a la inconsistencia de un devenir donde todo pasa y se pierde como en una niebla que confunde la realidad con fantasmas de árboles y de sombras que se cruzan a través del camino.Los dos seres no tienen edad, se mudan ,se convierten al interno de la existencia buscando un destino que supera el presente y se disuelve en el infinito.
3 de Noviembre 2009 - murio Francisco Ayala
viernes 9 de octubre de 2009
Trenes , crotos y catangos
Pasando Bragado el tren entraba en aquel mar de tierra a trazos cubierta de gramilla que alternaba el verde en sus diversos matices. Por la ventanilla abierta entraba el olor de los campos y el ojo humano parecía volver hacia atrás desde el infinito hasta el inmediato posándose de tanto en tanto sobre separados montecitos.
Estaciones aisladas como Olascoaga,Dennehi, French con andenes donde la quietud parecía romperse con el arribo de la locomotora. Eran viajes que iniciaban en las madrugadas entre el tiqui tac del telégrafo y el sacar boletos de cartón duro sobre los que un guarda vestido de gris hacia tantos agujeritos.
Pasadas las cinco de la tarde el paisaje cambiaba, todo se revestía de un color naranja suave, los eucaliptos libraban su perfume purificando aun más el aire ya limpio del día que declinaba.Nidos de horneros sobre los palos de teléfono, lechuzas en los alambrados al costado del camino, terneros curiosos que miraban con atención los vagones que diseñaban una línea en el desierto. En carteles negros con letras blancas aparecían apellidos extranjeros como Jauregui,Gowland,Suipacha, aceras a lo largo de la vía que escondían adioses y esperanzas quebrando rutinas que dividían afectos por distancia y calendario.
No lejos entre los galpones siempre andaban “los catangos”;asi llamábamos a los trabajadores de menor rango que mantenían las vias.También de esta manera se nominaban los autos viejos y desvencijados,los carritos que de niños solíamos construir para jugar a las carreras .El vocablo "catango" además designaba a un escarabajo que hacia pequeñas perforaciones en el suelo. Quizás porque la tarea de aquellos hombres era dura ysacrificada se los asocio con aquel apodo que en aquel contexto sonaba burlon y despreciativo.
Los catangos remplazaban los clavos a golpes de maza, cambiaban los durmientes, controlaban los rieles, limpiaban las malezas, inspeccionaban los hilos de las líneas telegráficas principalmente los aisladores que solían ser blanco de nuestras hondas de chicos de campo. Se trasladaban de un lugar a otro en un remolque de carga con cuatro ruedas de fierro llamadas "Zorras" que viajaban presididas por un banderín rojo que advertía a los maquinistas su minúscula presencia.
Sucedió en Beruti hace ya muchos años en uno de aquellos calores del mediodía .Un linyera harapiento y cansado caminaba cerca de los rieles cuando los obreros se disponían a almorzar.Mirenlo: lo ven ,lo invitan, él viene. El resto es simple: un árbol, algunos churrascos, el vino. Comieron, cantaron ,rieron se contaron anécdotas, y como era normal se emborracharon. Después con esa generosidad característica de los pobres lo acercaron a la estación donde le pagaron un boleto de segunda y lo subieron al vagón. El vagabundo medio confundido por tanta generosidad gratuita abrió la ventanilla y con gesto cordial quiso agradecer con unas pocas y sentidas palabras:
"Compañeros del pico y de la pala" - dijo - entre aplausos y vivas - "hombres que día tras día luchan por unir a los pueblos superando la marginación y la soledad" - en tantos rostros había emoción en otros alguna lágrima muchas manos se alzaron en señal de despedida - en tanto el tren lentamente iniciaba a desplazarse - "luchadores, forjadores de los rieles que con el sudor y el sacrificio crean puentes entre las comunidades pioneras de nuestras pampas" - la locomotora acelero y el mendigo tal vez por su limitada cultura o por un extraño resentimiento que surgía de su larga marginación concluyo con ímpetu y fuerza - "Catangos y la puta madre que los parió"
Usaron el telégrafo para avisar a Trenque Lauquen . Allí lo esperaba otro grupo de obreros dispuesto a salvar el honor de aquellas madres ofendidas por la ingratitud de aquel insólito croto.
Daniel Osvaldo Balditarra
Recuerdos de Beruti












